Nel corso dell'incontro del Consiglio Pastorale del 12 novembre scorso abbiamo letto questa lettera che un nostro amico ha mandato a don Beppe. Di qui possiamo partire con uno scambio di idee che ci conduca alla realizzazione di alcuni dossier da inviare alle famiglie della nostra parrocchia per una nuova catechesi degli adulti.
Perché credere
Qualche giorno fa don Giuseppe Bodrati mi ha chiesto di scrivere qualche riflessione rispetto alla domanda: oggi la fisica spiega molte cose, allora perché credere?
La domanda suona un po' impegnativa e devo ammettere che all'inizio mi ha spaventato. Ma come sempre il buon Beppe tende a provocare e stupire, obbligando a guardarci dentro e a scoprire, anzi a tirar fuori, il credente che è in noi! Dopo qualche azzardato tentativo di fare il filosofo, mi sono fermato a riflettere, ma con lo stesso metodo scientifico con cui rifletto quando faccio ricerca. E così è nata subito un'altra domanda: ma perché non credere? Perché la conoscenza scientifica dovrebbe indurmi a non credere?
Che cosa è la fisica. La fisica è la scienza che, utilizzando un metodo galileiano, basato su induzione e deduzione, con conseguente verifica, fornisce una interpretazione dei fenomeni naturali e delle relazioni tra gli enti che vi appartengono. Ovvero, la fisica è la conoscenza delle relazioni fondamentali alla base dei fenomeni della natura. E' conoscenza! Come tale, evolve, si modifica, si corregge, in base al progresso delle tecniche sperimentale e metodi analitici o numerici con i quali riusciamo a fornire relazioni quantitative tra i fenomeni. Ma come tutte le conoscenze, aumenta la mia capacità di osservare, interpretare, comprendere, prevedere, operare, ma non può mettere in crisi la fede perché è da questa distinta. Galilei diceva che Dio ha scritto due libri, uno è la Bibbia, l'altro la Natura.
La fisica studia la Natura, esprimendo in linguaggio matematico i fenomeni naturali, trovando relazioni quantitative, aiutandoci a comprendere come avvengono le cose. Ma proprio come diceva Galilei la scienza spiega "come" e non "perché" avvengono i fenomeni naturali.
Quindi la conoscenza scientifica può solo avvicinarmi maggiormente alla fede, a credere. Questo non significa che mi direzioni verso una specifica fede. La specifica fede sarà il risultato di una crescita interiore, di un percorso individuale, che appartiene alla nostra cultura e storia personale. Però, sicuramente la conoscenza scientifica può aiutarmi a comprendere meglio la natura delle cose e quindi può aiutarmi a comprendere meglio il messaggio stesso insito nella mia fede. Può quindi aiutarmi nel percorso di crescita e nell'agire come credente. Agire, sì, qui è insito il problema. Il credente non può solo chiudersi in un luogo di culto, ma deve operare, essere artefice della vita, delle relazioni e dell'espressione della propria fede. Ogni religione chiede di essere vivi. E del resto è proprio nella capacità di operare che riconosciamo la differenza tra la vita, piena dei suoi colori e delle sue azioni, e la morte, arida struttura e stato della materia. Una persona è viva nella misura in cui opera!
Il 12 aprile 1615, il cardinale Bellarmino, in merito al processo Galilei, scrisse a Padre Foscarini una lettera nella quale esprimeva il suo dubbio sulla necessità di reinterpretare la Bibbia non in chiave letterale, ma alla luce delle nuove conoscenze che stavano emergendo, senza nulla togliere alle verità teologiche del Testo. Questa è una lettura corretta: la Bibbia è un riferimento religioso, non scientifico, e le sue interpretazioni sono anche esse indissolubilmente legate alle conoscenze del momento storico che si vive, come le conoscenze scientifiche. Tutto evolve. E questa evoluzione è il cammino che l'umanità svolge nella conoscenza del mondo e di Dio, e nella consapevolezza che nulla va affrontato con il pregiudizio di "sapere". Non esistono saperi, ma conoscenze e il tempo le modifica.
Così la conoscenza scientifica non ci può allontanare dalla fede! Indubbiamente, però, la conoscenza scientifica ci induce a riflessioni anche etiche e morali. La scienza ci induce a riflettere sulla necessità di una chiesa che non coincida solo con il luogo fisico di culto, ma che sia il popolo dei fedeli, ovvero una chiesa di relazioni con gli altri. E in queste relazioni umane che si scopre la molteplicità espressiva di Dio.
In questo la scienza può metterci in crisi, nell'obbligarci a chiederci come Dio si è espresso nel mondo, nelle relazioni, nella realtà. La scienza ci induce a una maggiore ricerca di Dio, mettendo in crisi la certezza di essere solo "un buon credente e basta". Pur essendo un buon credente, la ricerca di Dio ci obbliga a migliorare noi stessi. E forse, il risultato potrà essere anche un miglioramento della realtà che ci circonda. Perché la gioia non è tanto nell'essere perfetti, ma nel cercare la via per esserlo. Chiunque è contento alla fine di una passeggiata per i boschi, ma senza la camminata nessuno arriva alla cima della montagna. E forse, se ci pensiamo bene, la vera gioia è la scoperta stessa del cammino.
La scienza chiede di imparare a guardare il mondo osservandolo attentamente. La fede ci chiede di imparare a relazionarci con noi stessi, con gli altri e, in questo modo, con Dio.
Dopo queste "parole in libertà" sulla domanda di don Beppe Bodrati, ora concludo con una ulteriore domanda: Beppe! Ma che domande fai?





